Le emozioni visive di Dante Riccini

Scopri il viaggio artistico e la visione creativa di Dante Riccini.
Qui di seguito possiamo osservare diverse tipologie. PITTURA, GALLERIA DI ACRILICO e in seguito TECNICA MISTA GALLERIA ACQUERELLO.



Tecnica Mista galleria di acquerello

Dante Riccini Scultore: espressione di creatività

Esplora una selezione unica di opere che catturano l’anima e la passione del mio percorso artistico.

Pittura e scultura: il cuore della creatività

Scopri le parole di chi ha vissuto da vicino l’arte di Dante Riccini, raccontando la passione e l’unicità delle sue opere.

Giovanna Carpano

A 14 anni tracciava bellissimi disegni con la matita, tanta matita e poca gomma, tratti precisi, decisi come il carattere. Non ha frequentato Istituti d’Arte, Accademie, Atelier. Studi e lavoro di tutt’altro genere. Infanzia e giovinezza a Terni, dove è nato nel 1945, poi Bologna, dove risiede. L’epoca delle grandi acciaierie si riaffaccia nelle sue periferie industriali da cui si innalzano vampe rosse di fuoco e bianchi soffioni degli altiforni, monumentali ammassi di ferro e ghisa e fatica. La fatica di vivere. I suoi primi paesaggi erano i caseggiati della Terni postbellica e i treni merci che sferragliavano nella vicina stazione.
Espone per la prima volta nel ‘62, al festival di Spoleto, in collettiva: 3 tele di juta in telaio di legno fatto a mano; l’esigenza era quella di risparmiare ma anche di completare il tutto da solo. Nel ’92 ha allestito la prima personale.
Questo è Dante Riccini, autodidatta nel senso pieno dell’impegno e dell’ispirazione, che appare costante e coerente nel tempo. Si considera vicino alla linea del post-impressionismo per la solidità del tratto e la libertà del colore, sappiamo tuttavia che i cosiddetti stili e correnti sono un modo per classificare un ambito tematico e tecnico in cui si riconoscono gruppi di autori, ciascuno con la propria peculiarità.

Ricchezza d’intuito psicologico, abilità tecnica e vivacità cromatica connotano le opere di Dante Riccini, in particolare i personaggi, a ciascuno attribuisce un carattere proprio, ciascuno è un soggetto unico: l’allegro, il furbo, il romantico, l’indifferente, il chiacchierone, il fannullone, il poeta; non sono macchiette, non figure simboliche, bensì un campionario di varia umanità, preti, vecchi e giovani, sorpresi in un attimo di vita quasi sospesa, volti che pensano, posture espressive di quell’attimo. Scene di una socialità semplice e apparentemente piacevole: il gioco delle carte nel bar, i turisti in giro, il gioco delle biglie, la processione, il mercato, le ricamatrici, le comari, incontri casuali. Ma il senso dello svago è solo in quell’attimo, sempre si avverte una qualche fatica, un’ombra nello sguardo, la rassegnazione. Lunghe file di finestre nere che si aprono sui muri dei palazzi dai colori sgargianti evocano case vuote, la vita è fuori.
L’acrilico lucida e illumina di per sé, non si coglie infatti alcuna sorgente di luce, non ci sono astri, non si percepisce orario, non serve per vedere con gli occhi della mente.
La galleria dedicata a poeti e personaggi noti è una singolare interpretazione delle loro caratteristiche anche tematiche: l’ironia di Prévert, l’ardore di F. G. Lorca, la disillusione di Quasimodo, la tenerezza di Ungaretti, la lucidità di Calvino. Splendida Anna Magnani della quale ha interpretato, anche con la postura del corpo, le espressioni di un carattere inquieto e ricchissimo di umanità, luci e ombre.

Pochi i paesaggi, senza gente, vivissimi per i colori accesi e solo apparentemente violenti, il colore è vita. Come le tante casette arroccate sulle ripide pendici dell’isola di Simi, quali appaiono a chi veleggia davanti all’insenatura. Manca il canto dei gabbiani, manca la musica, quella musica che Dante Riccini ascolta mentre dipinge o scolpisce. La gioia della vita è nel colore. Il colore. Lo stacco dei colori con cui sono pennellati gli edifici è netto e deciso, segna i confini volumetrici. Meno marcato è quello che riveste i personaggi, come un leggero sfumare dei toni che ingentilisce la persona pur in abbigliamento semplice, una nota di stile.
Anche le marionette esibiscono una vitalità non del tutto caricaturale, impalate su bastoni, impiastricciate di vernice, sembrano irridere e irridersi, quasi a volersi elevare in una dimensione autonoma. Alcuni sono personaggi ben noti, ridotti a omini giocattoli, ritratti scanzonati.
La potenza espressiva delle sculture, innovative per forme e dimensioni, si sprigiona con violenza nella serie delle anime sofferenti (evocative delle Malebolge dantesche?), ammassi di pietre e ossa, ghigni ringhiosi e angosciosi, corpi contorti che si abbrancano senza ritegno in fuga dal dolore. Alcune monocromatiche, tutto è rosso, lucido come il sudore della paura e della rabbia, non sangue né fuoco infernale ma arma letale che corrode e fonde, vergognosa offesa all’essere umano e alla natura.
Interessante l’autoritratto, che rappresenta come l’autore vede se stesso: un uomo maturo, tutt’occhi, che guarda avanti, indagatore che nulla concede a letture estetizzanti.

Scopri le creazioni che definiscono un percorso artistico

Dante Riccini, opera.
C’è un nocciolo profondo nell’attività artistica di Dante Riccini; allora, serve
un’analisi non di maniera, mestierante, che la prenda troppo alla larga, che si attardi
su luci, colori e rilievi come si trattasse di descrivere un albero di natale.
Dante è autodidatta, per lui la pittura ha sempre rappresentato un interesse che viene
dall’adolescenza; la sua prima mostra risale al 1962, al festival di Spoleto in una
collettiva.
Poi, le vicende della vita l’hanno allontanato, ma senza scalfire l’amore per l’arte.
E’ lo stesso autore a metterci in guardia con una sua breve e impegnativa memoria:
“Il mio rimpianto , è nel non aver potuto fare della pittura il mio mestiere.”
E qui ci troviamo, proprio all’inizio, come di fronte a una autodenuncia di mestiere
non appropriato: non professionale e solo amatoriale.
Siamo sicuri che le cose stiano così, semplicemente?
Dobbiamo chiedere un po’ di pazienza e risalire a un’accusa autorevole, ancora oggi
ingombrante, quanto travisata: quella di Gustave Flaubert nel romanzo Bouvard e
Pécuchet.
Come si sa i due protagonisti, copistes, -oggi diremmo due uomini trasformati in
macchine da fotocopia, ambulanti – si incontrano per caso in boulevard Bourdon a
Parigi, non lontano dalla Senna.
Sono prossimi a una svolta di vita che li può arricchire; al momento li gratifica la
sola vista dei lavori pubblici, del come questi avanzano e cambiano la scena urbana.
Boccioni dirà, con fervidi e palpitanti quadri, qualche decennio più tardi, de “la città
che sale” preannunciando la crescita di tante vie Gluk.
I personaggi di Flaubert non accampano una grande esistenza; uno addirittura viveva
completamente solo, senza parenti, senza una donna: “la sua distrazione consisteva
nell’ispezionare la domenica i lavori pubblici”.
Non ho l’intenzione e lo spazio per cambiare discorso, passare dall’arte figurativa ai
traveaux publiques della Parigi dell’ Ottocento; solo mi preme trovare un
collegamento che, con il moderno, ci riguarda tutti: si tratta di cambiamenti di rotta,
inversioni, tentativi e fallimenti che non sono attribuibili solo alla coppia Bouvard e
Pécuchet.
D’altra parte la combinata “grasso e magro” è molto più antica di quella proverbiale
di Cervantes: il primo è un tizio corpulento ed estroverso, l’altro magro e introverso;
rasentano con il cambiare mestiere, dopo la certificazione dei fallimenti, quella vita
che un secolo più tardi è stata chiamata: alienazione.
Del nostro autore, Dante, dobbiamo riconoscere una esistenza con un peso rilevante,
una “condizione umana”. Non una professionalità racchiusa nel sindacale
corporativo; questa ci condurrebbe, con ogni probabilità, a un cul-de-sac, un vicolo
cieco senza traguardi e passione. Senza arte e vita.
Di nuovo, con la penna di Flaubert, torneremmo indietro al punto di partenza: a due
omarelli che se ne stanno seduti muti, sulla stessa pancina, e assistono semplicemente
ai lavori della municipalità, oltre una staccionata con scarse trasparenze e
comprensione; solo sbalorditi, magari, al meglio, in una fuorviante cometa di colori.
E’ il nostro Dante che ci guida, con una densa nota di taccuino che supera ogni critica
sbrigativa e mestierante, magari di colori solo spremuti su una logora tavolozza:
“Nel lungo cammino della mia vita , una frase mi è rimasta sempre nel cuore di
Goethe! Invecchia ogni teoria, verdeggia solo l’albero dorato della vita” (sic!).
Viene la tentazione di chiudere qui. I migliori insegnanti avvertono che i nostri
interlocutori diretti sono gli oggetti d’arte: sono loro che ci parlano; è con loro che
dobbiamo dialogare direttamente.
No, non chiudiamo; meglio camminare insieme tra le scene del teatro dipinto
dall’amico Dante.
Ma prima ancora un dato biografico.
Riccini si forma giovane e, finiti gli studi, si trasferisce presto a più di trecento
chilometri dalla sua Terni. Un dato che i sociologi hanno sempre considerato
pertinente a una condizione demografica da industrial state e non più di mobilità
contadina, dalla campagna alla città. Su questa si è attardata la situazione
demografica italiana per varie ragioni, anche nelle sue regioni più dinamiche.
Nel nostro caso vediamo il mondo che il nostro appunta nel proprio libretto di
annotazioni.
Una prima raccolta di tele acriliche vive e ci fa vivere nella città industriale di
provenienza, dove Dante ha vissuto in gioventù, Terni,
Non è per niente una sorta di Arcadia.
Non si tratta di serie ordinate di capannoni, come ci capita di vedere oggi sfilando in
autostrada, lungo le cosiddette “zone industriali” del paese affluente.
I profili degli stabilimenti dipinti sono irregolari, composti con aggiunte e
sovrapposizioni. In prospettive appiattite come quinte ; si scorciano ponti ferroviari
reticolari, in acciaio. Frequenti sono le torri di ciminiere. Appartengono a una nazione
ancora impegnata nella ricostruzione postbellica; ritraggono immagini a grandi
chiazze, conosciute dalla strada, “on the road”, lungo un novecento provinciale che
va dal Massachusett emarginato di Kerouac, via via lungo il meridiano terrestre, fino
a prolungarsi nello scalo ferroviario di Terni.
Emerge, allora, un quadro serale edonistico, che ritrae i grandi zampilli d’acqua nella
fontana dei giardini pubblici dove la città del novecento si esibisce con pennacchi
sorprendenti. Anche i bambini sono tessere di mosaico prodotte dal pennello di piatto,
in una stupenda notte italiana.
Dante predilige inseguire gli artefici del grande cantiere urbano visto per strada, fino
ad entrare nell’osteria o al circolo serale, una evasione pur che sia fuori casa.
E’ il ritratto del gioco delle carte, la morra, fino alle bocce.
Spesso, gli ingredienti della scena sono una tavola, sedie, le carte da gioco, bicchiere,
una bottiglia di vino che se la contende con una bottiglia di birra.
Tutto qua? si chiederanno in molti.
No.
La pittura avvolge tutto con una prepotenza epica. Sono sprazzi luminosi, cangianti,
che finiscono per avvolgere profondità magiche, vortici che isolano i personaggi nella
loro scena consuetudinaria per accompagnarli nell’astratto; e trascinano noi,
spettatori, in una materia pittorica eccellente.
Poi -segue la lezione del grande Cézanne, tanto ammirato e amato- Dante distrugge la
prospettiva della scena centrale; in genere produce una grande fascia inclinata sul lato
sinistro, dove tutto sembra sprofondare per essere inghiottito: il rischio di far mancare
la terra sotto i piedi incombe ed è di poco anticipato. Sia i colori prossimi alla
implosione che la prospettiva spaziale, che viene inghiottita dalla inclinata già citata,
sono le situazioni più emozionanti del repertorio di Dante.
Riprendo la storia.
In un quadro, ancora umbro, domina una carrozza all’antica, nera come il cavallo che
sta alla stanga. L’animale legato freme, non si avvistano né fughe verso il basso né
implosioni, la tensione si concentra nella costrizione dell’animale nervoso, che dovrà
ancora faticare al traino.
Il tutto sta in una piazzetta dove le facciate di una chiesa e di palazzotti si inclinano
all’infuori, come quinte per avvolgere; meglio, per accartocciare i due principali
protagonisti.
Ho già detto del cambiamento di residenza di Dante, con la propria famiglia, a grande
distanza nella pianura bolognese, in un paese dove l’artista ritrova le piccole e buone
cose amate, un po’ come nella storia di Fogazzaro. Qui si aggiungono le processioni
sacre nel corso del paese.
Poi, è il ritorno più antico con maschietti protagonisti che, contro un muro e in strada,
giocano a biglie di vetro. Queste sono grosse, pianeti che hanno perso il loro
originario sistema planetario di gravitazione, per dedicarsi al divertimento dei
bambini.
Noi vi partecipiamo; ci affrettiamo a osservare, perché i colori di quelle Terre
replicate possono precipitare ancora una volta a sinistra, dove il muro e il pavimento
della strada stanno per essere risucchiati e inghiottiti.
Seguono i ritratti affettivi, della famiglia e degli amici.
Le stoffe degli abiti non hanno più zone profonde o prospettive corrotte da inesorabili
pendenze; sono come composte da graniti o ghiaie ordinate e pettinate; fasce dove i
colori accentuano trama e ordito: e noi spettatori ci perdiamo nella osservazione
galattica, con una dimensione che non consente il ritorno.
Domina in Riccini la produzione della pittura, ma la scultura ha una personalità
originale e non certo trascurabile.
Per primo, il colore ricopre sempre le superfici plastiche in una continuità lucida;
sembra che Dante abbia colto l’occasione per trasgredire rispetto alle graffiature del
pennello sulla tela, fino a seguire il canone della più raffinata porcellana cinese.
Le masse invetriate, soprattutto nelle articolazioni delle marionette, diventano teste e
arti snodati da contemplare, dove il movimento è solo una possibilità intuibile; ma la
vera condizione in cui si trovano consiste nello star fermi per meglio contemplare la
loro rara raffinatezza. Il vestito nuovo del Burattino.
Altrettanto succede nei presepi. Angioletti, i due animali evangelici, il bambinello…lo
strato ceramico avvolge la plastica elementare, non forzatamente infantile, per
contemplare la composizione nell’emozione.
Rimaniamo fermi, appagati, compresi in un commento interiore.
(Antonio Nicoli)

Esplora l’arte tra colori e forme

Qui troverai risposte chiare alle domande più comuni, per scoprire facilmente il mondo creativo di Dante Riccini.

Quali tecniche utilizza Dante nelle sue opere?

Dante combina pittura tradizionale e scultura contemporanea per esprimere emozioni uniche.
Principalmente i colori usati sono Acrilico su cassonetto in legno, Acrilico su Tela, Acrilico su tavola di legno,

Dove posso vedere le esposizioni di Dante Riccini?

Le opere sono visibili in gallerie selezionate e tramite mostre itineranti in Italia. Contatta di persona l’artista per maggiori informazioni.

Come posso acquistare un’opera d’arte?

Contattando direttamente l’artista o tramite il sito, è possibile richiedere informazioni sull’acquisto. Invia una email a: info@riccinidante.it

Che ispirazioni guidano il suo lavoro artistico?

La natura, l’emozione umana e le forme classiche sono fonti costanti di ispirazione.

Esplora la visione artistica di Dante Riccini

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Ogni pezzo scolpito esprime emozioni profonde e forme armoniose.

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